Arrival

Ovvero il solito spreco

Del regista canadese Denis Villeneuve (La donna che canta, Sicario), Arrival è una pellicola di fantascienza che immagina la mediazione svolta da una docente universitaria di linguistica tra gli Stati Uniti d’America e uno di dodici terminali portatori di civiltà extraterrestre che si presentano inaspettatamente in differenti punti della crosta terrestre.

Amy Adams c’è ma, intorno a lei, il vuoto cosmico

Amy Adams (American hustle, Animali notturni) risolve il proprio compito egregiamente non riuscendo però a far spiccare il volo ad un film troppo schiavo della solita estetica extraterrestre del vedo/non-vedo. Inoltre le figure umane secondarie (Forest Whitaker e Jeremy Renner su tutti) rimangono troppo abbozzate come se, coscienti della propria inferiorità intellettuale, si rifiutino di partecipare all’epifania aliena perché incapaci di reggerne lo sguardo. Il risultato è che lo spettatore si immedesima maggiormente con questi ultimi non ritrovandosi in possesso degli strumenti cognitivi di una femme fatale sola nel proprio idillio di onnipotenza.

Arrival

Nel finale il film cerca di riscattarsi, prima con una critica alla gestione militare e individualista dell’approccio utilizzato, poi con un’abile costruzione di rimandi basati sui trascorsi personali della protagonista. Tuttavia il risultato è quello di perdere ciò che di bello era stato costruito in favore della solita sbrodolata sentimentale. Inoltre il personaggio della Adams viene dapprima innalzato e poi distrutto nel tentativo di creare un’eroina che troppo assomiglia, senza per questo raggiungerla, alla Jodie Foster di Contact.

Arrival Paramount Pictures

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