Jackie

Un lento stillicidio

Il Jackie di Pablo Larraìn (Tony Manero) vorrebbe essere una lente di ingrandimento sulle emozioni provate da Jackie Kennedy. Il film si articola nel periodo successivo all’assassinio del presidente americano, marito della protagonista. La pellicola non è altro che un tentativo di soffermarsi sulla tragedia vissuta da una delle figure più amate e controverse della storia. Peccato però che il film si riveli di una noia mortale. Un ritmo oscenamente scolastico. Una trama senza capo né coda. Lo spettatore è costretto a sperare per tutto il tempo in un colpo di scena che mai arriverà. L’unica nota davvero felice, data anche la sorda patinatura pastello della fotografia, sono i costumi: un lavoro davvero certosino di ricerca e di alta sartoria.

Natalie Portman come non l’avete mai vista

La sceneggiatura invece, firmata da Noah Oppenheim (Maze Runner – Il labirinto), ci porta avanti ed indietro nel tempo creandoci aspettative e punti interrogativi che mai troveranno risposta. Tutto questo diventa uno sfregio soprattutto se si ha la possibilità di lavorare con una professionista come Natalie Portman (Léon, V per Vendetta, Il cigno nero). L’attrice infatti è costretta ad inutili orpelli per poter reggere disperata e corrucciata per più di un’ora e mezza. Perfino i sempre impeccabili Billy Crudup e John Hurt, come tutti gli attori secondari che si limitano ad impartire ordini alla protagonista, si ritrovano incastrato in un ruolo inutile, borioso e didascalico.

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Jackie, il trionfo della vedovanza

Il risultato è che la figura della protagonista ne esce malissimo. Una donna il cui unico pensiero sono le apparenze. Jackie, completamente incapace di occuparsi dei propri figli e persa in immotivati deliri di onnipotenza, non trova la forza di farsi valere. Una donna in balia degli uomini. Non una donna quindi, ma la vedova del presidente. Una visione talmente sessista da chiedersi come possa allora rappresentare Larraìn la figura di Melania Trump.

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Jackie Chan, nella visione dei Licaoni

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